La Romania si avvicina a una nuova crisi politica dopo che il Partito Socialdemocratico (PSD) ha votato a larga maggioranza per ritirare il proprio sostegno politico al primo ministro Ilie Bolojan. La decisione arriva a seguito di una votazione interna online, denominata “Il momento della verità”, in cui circa 5.000 membri del partito sono stati chiamati a esprimersi sulla prosecuzione del sostegno al premier.
Sostenuto dal 97,5% dei partecipanti, l’esito segna un punto di svolta per l’alleanza, già fragile, tra partiti filo-europei formata meno di un anno fa. Il leader del PSD, Sorin Grindeanu, ha dichiarato che il risultato non lascia spazio a compromessi, insistendo sul fatto che Bolojan “deve tornare a casa”.
Dopo il voto, il PSD ha annunciato che ritirerà i suoi sei ministri dal governo entro la fine della settimana, lasciando la coalizione priva di una maggioranza parlamentare.
Con i partner di governo ormai arroccati sulle proprie posizioni e senza segnali immediati di compromesso, la Romania sembra avviarsi verso una fase di crescente incertezza. I prossimi giorni saranno decisivi per capire se la crisi potrà essere contenuta attraverso negoziati o se sfocerà in un più ampio riassetto politico.
La mossa mette sotto pressione immediata la coalizione, di cui il PSD rappresenta la forza principale, e che comprende anche il Partito Nazionale Liberale (PNL), l’Unione Salvate la Romania (USR) e l’Unione Democratica Magiara di Romania (UDMR).
In particolare, il PNL ha fatto quadrato attorno a Bolojan. In una riunione d’emergenza tenutasi lunedì sera, i vertici del partito hanno deciso all’unanimità di continuare a sostenerlo come primo ministro, nonostante le critiche interne emerse negli ultimi mesi. Ciò apre di fatto a uno scontro politico diretto tra le due principali forze di governo.
Lo stesso Bolojan ha respinto le richieste di dimissioni, definendo la decisione del PSD “irresponsabile e sbagliata”. Intervenendo dopo la riunione del PNL, ha ribadito la volontà di portare avanti il proprio mandato per garantire la stabilità dell’esecutivo in quella che ha definito una fase complessa per la Romania.
“Sarebbe irresponsabile, anche sul piano internazionale, agire diversamente”, ha affermato, richiamando una serie di crisi concomitanti, tra cui l’instabilità regionale legata al Medio Oriente e le sfide interne connesse al deficit di bilancio. Secondo il premier, indebolire il governo in questo momento comprometterebbe gli sforzi per stabilizzare l’economia.
Il primo ministro ha inoltre ringraziato le diverse centinaia di sostenitori che si sono radunati nella Piazza della Vittoria di Bucarest per manifestare a suo favore, presentando la protesta non come un sostegno a una singola persona, ma a “una Romania moderna e onesta”.
Il PSD, tuttavia, ha criticato duramente sia l’operato del governo sia il suo orientamento politico. Grindeanu ha sostenuto che restare nell’attuale coalizione fosse diventato una “trappola politica” per il partito, accusando l’esecutivo di non aver raggiunto obiettivi chiave come la tutela del potere d’acquisto, il sostegno agli investimenti e all’economia nazionale.
Ministri e dirigenti del PSD hanno ribadito queste preoccupazioni durante la riunione del partito, denunciando un approccio improntato all’austerità che avrebbe danneggiato la crescita economica e la coesione sociale. Secondo questi, misure come aumenti fiscali e tagli alla spesa non avrebbero prodotto i risultati attesi, rallentando invece i consumi e contribuendo al declino economico.
Alcune voci interne al PSD si sono spinte oltre, utilizzando toni particolarmente duri anche sul piano personale. La sindaca di Craiova, Lia Olguța Vasilescu, ha affermato che la maggioranza dei romeni ritiene che il Paese stia andando nella direzione sbagliata, sostenendo che l’uscita di scena di Bolojan rifletterebbe il sentimento dell’opinione pubblica più che calcoli di parte.
Allo stesso tempo, il partito non ha escluso la possibilità di nuove formule di governo. L’ex primo ministro Victor Ponta ha ribadito il proprio scetticismo nei confronti dell’attuale esecutivo, mentre altri dirigenti hanno lasciato intendere che eventuali futuri negoziati politici potrebbero coinvolgere un ventaglio più ampio di attori, senza tuttavia prendere decisioni concrete.
Due sono quindi i possibili scenari che si profilano: una fase di trattative tra i partiti rimasti al governo e nuove forze, durante la quale ministri ad interim coprirebbero i sei uffici fino a ieri del PSD, o un voto di sfiducia chiesto dai socialdemocratici o da altri schieramenti di opposizione, indirizzato alla costruzione di un nuovo governo o alla convocazione di elezioni.
Il presidente Nicușor Dan ha cercato di posizionarsi come mediatore di fronte all’escalation delle tensioni. Pur senza esprimere un sostegno esplicito a Bolojan, ha avvertito che la Romania rischia di entrare in una fase di “turbolenza politica” qualora la crisi dovesse aggravarsi.
Allo stesso tempo, Dan ha sottolineato come esista ancora un ampio consenso tra le principali forze politiche sull’importanza di proseguire le riforme legate al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), programma chiave finanziato dall’Unione europea per la modernizzazione economica.
“C’è accordo sul fatto che tutta la legislazione necessaria debba essere adottata affinché la Romania possa ricevere i fondi”, ha dichiarato il presidente, lasciando intendere che la cooperazione sugli impegni europei potrebbe proseguire nonostante le divisioni politiche interne.
Le sue parole evidenziano il delicato equilibrio che la classe politica romena si trova ad affrontare: gestire il conflitto interno mantenendo al contempo la credibilità nei confronti dei partner europei e garantendo l’accesso a risorse finanziarie cruciali.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato da EUAlive disponibile qui.

